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Ferdinandea, l’isola che non c’è

da | 1 Ago, 2019

– Tra grandi fenomeni geologici e piccolezze umane –

Ferdinandea, l’isola che non c’è

«Memorando fu il fenomeno che presentò la natura, in Luglio 1831, agli sguardi e del dotto osservatore e dell’uomo volgare e dell’idiota; esso riempì di meraviglia, di piacere ed anche di terrore chi si pose a contemplarlo da vicino».

Chi scrive queste intriganti parole è Jeannette Villepreux Power che, nella sua Guida per la Sicilia pubblicata a Napoli nel 1842, si propone di fornire uno strumento utile ai visitatori dell’isola, soprattutto ai tanti viaggiatori stranieri che, dagli anni settanta del Settecento, a seguito delle dell’influenza culturale di Winckelmann e della presenza di testimonianze della civiltà greco-romana,  avevano iniziato a includere nell’itinerario del Grand Tour in Italia anche la Sicilia, rendendo completa l’esperienza educativa dei  giovani rappresentanti della nobiltà e della ricca borghesia nordeuropea.

Ma l’opera di Jeannette Power si discosta dal semplice resoconto di una viaggiatrice nella tradizione del Grand Tour. In essa non viene lasciato spazio a considerazioni di natura personale, tipiche della letteratura di viaggio di Sette/Ottocento. Da studiosa naturalista riserva grande attenzione agli aspetti scientifici di quello che incontra e la guida di quella che è stata definita l’Ipazia di Sicilia abbonda di osservazioni di specie vegetali e fenomeni naturali, come il “memorando fenomeno” così vividamente descritto nel capitolo dedicato al percorso “da Girgenti a Trapani”.

Schizzo dell'eruzione di Ferdinandea

Schizzo dell’eruzione di Ferdinandea

Nell’estate di quasi 190 anni fa, infatti, la calma dello splendido mare che si estende di fronte ad Agrigento fu turbata da alcuni fenomeni che sembravano preannunciare eventi importanti. Tra il 22 ed il 26 giugno del 1831 forti terremoti provocarono ingenti danni alle case di Sciacca e di tutta la costa sudoccidentale della Sicilia e furono avvertiti fino a Marsala, Trapani e Palermo. Il 28 dello stesso mese C.H. Swinburne, capitano della marina inglese in navigazione in quelle acque, testimoniò di aver visto «un fuoco in lontananza in mezzo al mare». Alcuni giorni dopo, alla Secca del Corallo, l’acqua bolliva come in una pentola e affioravano pesci morti; alcuni marinai, nell’intento di approfittare di tanta generosità del mare, vennero colti da malore a causa di esalazioni venefiche. Quello che stava succedendo lo scoprì per primo il capitano Trefiletti della nave Gustavo che, il giorno 7 luglio vide a 33 miglia a sud-ovest di Sciacca un isolotto alto 8 metri che «sputa cenere e lapilli»: un vulcano stava emergendo dal mare.

Il Canale di Sicilia, teatro dei fatti narrati, non è solo quel meraviglioso luogo ricchissimo di biodiversità che conosciamo, tanto importante per l’ecosistema del Mediterraneo quanto a rischio a causa dell’intenso traffico marittimo e degli interessi delle multinazionali petrolifere decise a estendere la loro attività estrattiva in quei fondali.

I bacini allineati di Pantelleria, Linosa e Malta che lo costituiscono sono il prodotto della collisione, ancora in atto, tra Africa ed Europa e sono sede di subsidenze, cioè lenti e progressivi abbassamenti verticali dei fondali, che nella fossa di Linosa superano addirittura i 3000 metri. E, ad arricchire la fenomenologia geologica della zona, da almeno 8 milioni di anni l’area del Canale di Sicilia è caratterizzata da un intenso vulcanismo, ancora attivo, che ha dato origine alle isole di Pantelleria e Linosa e a un numero imprecisato di altre strutture sottomarine.

Canale di Sicilia

Canale di Sicilia

Non sorprende, quindi, che nell’estate di quel lontano 1831 il mare regalasse, insieme a tanta paura, anche lo spettacolo meraviglioso della nascita di un’isola vulcanica, la cui attività era visibile da Sciacca, Menfi, Mazzara e perfino Marsala. Uno spettacolo e un’occasione di studio uniche che prima il professor Karl Hoffman, docente di geologia all’Università di Berlino e di passaggio in Sicilia, e poi il fisico Domenico Scinà, mandato dal governo borbonico, non si lasciarono certo scappare. Ma di particolare importanza fu anche il sopralluogo di Carlo Gemmellaro, vulcanologo e professore all’Università di Catania, che produsse una dettagliata descrizione e disegni accurati del fenomeno. Si apprende, dalla relazione di Gemellaro, che l’attività eruttiva interagiva continuamente con il mare che invadeva ripetutamente il cratere largo 30 metri, producendo un fiume melmoso che scendeva lungo la parete del vulcano. Due laghetti di acqua giallastra, che ribollivano lungo il cono principale, costituivano probabilmente due crateri secondari. Al termine dell’eruzione, i cui prodotti costituiti anche da grossi blocchi si distribuirono in un ampio tratto di mare raggiungendo le zone costiere provocando danni ai tetti delle case, un’isola nera di 60 metri di altezza e 1 chilometro di perimetro sorgeva là dove prima c’era solo mare.

Schizzo dell'eruzione di Ferdinandea, 1831

Schizzo dell’eruzione di Ferdinandea, 1831

Viste le caratteristiche specifiche del Canale di Sicilia, quello che meraviglia non sono certo i fenomeni geologici descritti, per quanto spettacolari, ma le vicende umane che seguirono. Il 24 agosto, pochi giorni dopo la conclusione del fenomeno eruttivo, l’ammiraglio della marina britannica sir Percival Otham, che si trovava in navigazione nelle acque siciliane, prese possesso dell’isola piantando la bandiera del Regno Unito e dandole un nome: Isola di Graham. Immediata fu la reazione del capitano Corrao che, assieme al capitano Trefiletti, era stato tra i primi ad avvistare la nuova isola. La popolazione fece richiesta al sovrano, Ferdinando II di Borbone, di prendere provvedimenti e decise, nell’attesa, di chiamare la nuova terra con il nome di Isola di Corrao.

Ritratto del re Ferdinando II di Borbone

Ritratto del re Ferdinando II di Borbone

A complicare le cose ci pensarono i francesi. Il 26 settembre giungeva nelle vicinanze dell’Isola di Graham/Corrao il brigantino La Fleche agli ordini del capitano La Pierre. Con lui viaggiavano il celebre geologo Constant Prévost e il pittore Edmond Joinville che fino al 29 settembre si dedicarono a minuziosi studi e precisi disegni dell’isola e si convinsero che l’azione delle onde stava danneggiando la formazione rocciosa a tal punto da far prevedere un inabissamento in tempi brevi. Ma questo non interessò l’ammiragliato della flotta francese che dispose di ribattezzarla Isola Iulia, visto che a luglio aveva fatto la sua comparsa, di porre una targa che ricordasse la spedizione e di innalzare la bandiera francese.

Il sopruso francese, seguito a quello inglese, non consentiva a re Ferdinando di starsene con le mani in mano: al capitano Corrao fu ordinato perentoriamente di rivendicare la proprietà del Regno delle due Sicilie sull’Isola di Graham/Corrao/Iulia. Al comando della corvetta Etna e rischiando lo scontro diretto con una fregata inglese in navigazione in quelle acque “bollenti”, Corrao raggiunse la meta, piantò la bandiera borbonica e ribattezzò quella terra tanto contesa Isola Ferdinandea. Ma proprio quando il governo borbonico era sul punto di prendere una posizione ufficiale inviando una comunicazione a quelli di Francia e Gran Bretagna per affermare la proprietà dell’isola di Graham/Corrao/Iulia/Ferdinandea, le previsioni di Prévost si avverarono e l’isola, forse sotto il peso di bandiere, targhe e tanti nomi, lentamente scomparve tra i flutti del mare. L’8 dicembre non vi era più «vestigia alcuna dell’isola vulcanica».

Canale di Sicilia

Canale di Sicilia

Oggi che il diritto internazionale considera il concetto di piattaforma continentale, viene riconosciuta all’Italia la possibilità di esercitare la sovranità anche sui fondali marini dove si trova quello che rimane di Ferdinandea. L’isola che non c’è, il fragile scoglio che si è sottratto alle miserie umane, è italiana.

Non c’è che dire, una bella soddisfazione.

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Un libro per approfondire

Salvatore Mazzarella, Dell’isola Ferdinandea e di altre cose, Palermo, 1984